UN PO’ DI STORIA DEL PENSIERO ECONOMICO SEMPLIFICATA E LA FIGURA DI JOHN MAYNARD KEYNES IN BREVE

Nell’età medievale le pesti nere che vi furono, riequilibrarono domanda ed offerta, dato che si trattava di un’economia in prevalenza agricola.

Successivamente arrivò la produzione industriale e le società per azioni, creando così un sistema economico complesso, con la nascita dei titoli azionari che rappresentavano il valore dell’impresa e nacque anche il mercato azionario.

Nel 1800 la produzione cresceva espandendosi e quando la domanda veniva fatta dai consumatori con livelli di reddito non adeguati si aveva  un calo di domanda interna e si avevano dei forti surplus di produzione. Di conseguenza mancavano i salari per il pagamento degli operai e quindi i titoli cresciuti di valore crollavano.

Nel corso della storia gli economisti delle varie epoche hanno sviluppato pensieri e teorie diverse sul fenomeno delle crisi economiche.

Ad esempio si prenda  Robert Maltus pastore protestante conservatore (vissuto tra ‘700-800) affermava che il genere umano tende al al vizio e quindi a moltiplicarsi velocemente rispetto alla distribuzione del cibo.

La tesi era errata per il concetto non introdotto del progresso tecnologico.

Nel 1800 Carl Marx sosteneva che la crescita economica procede per sua natura in modo ciclico, quando la disoccupazione si riduce aumentano i salari ed i capitalisti tendono ad investire in nuove tecnologie.

Di conseguenza usando più macchine implica meno lavoro per gli esseri umani con la diminuzione dei salari per poter acquistare i beni o servizi prodotti in surplus.

Quindi durante crisi per Marx era necessario il riassorbimento della disoccupazione perchè più economico e quindi il ciclo ricomincia.

Infine il mix  crescita e crisi per Marx tende ad amplificarsi sempre di più portando i lavoratori alla povertà.

Alle teorie marxiste seguirono vari moti rivoluzionari per questo motivo molti economisti si affrettarono a dichiarare che il mercato è un’istituzione efficiente e corretta  in un’economia di tipo capitalistico. Quindi chiunque voglia può trovare lavoro e la retribuzione avviene secondo il contributo dato dal lavoratore alla produzione e le crisi sono eventi straordinari.

Molti economisti moderni credono che una crisi del ciclo economico derivi da fattori esterni rispetto all’economia di mercato vista sempre come ben funzionante.

Tra i più liberisti si ricordano gli austriaci  che affermano che l’intervento pubblico possa far avvenire delle distorsioni nel mercato e quindi se lo stato come soggetto economico interviene creerà delle bolle che possono scoppiare.. In questa scuola di pensiero spicca Schumpeter.

Schumpeter pensava che le crisi fossero come una sorta di medicina amara, ma utile, perchè durante le crisi le aziende meno produttive falliscono e quindi sono un peso minore per i consumatori.

In sostanza nel suo pensiero Schumpeter affermava che le crisi fanno parte di un processo di selezione naturale, dove solamente le aziende più produttive durano e non vi deve essere nessun intervento politico.

La crisi del 1929 fu creata da un surplus sia produttivo che finanziario.

Difatti negli anni ’20 del 1900 l’America stava vivendo un periodo di grande crescita e benessere, quindi aumentarono gli affaristi e gli investitori che si arricchirono in Borsa.

Dalla fine del 1800 e fino al 1929  furono gli speculatori  in America a dettare le regole in Borsa, perchè si ricomprava e rivendeva all’impazzata, senza controllo senza logicamente tenere conto del valore effettivo delle azioni o dell’eventuale che emettesse titoli.

Si comprarono azioni su azioni , anticipando solamente il 10% del loro valore e cercando di rivenderle tappando i buchi di debito creatisi con una plusvalenza rateizzata.

Il risultato fu l’emissione di ulteriori titoli di aziende inesistenti.

Le vere aziende entrarono in crisi per le disuguaglianze sociali che si iniziarono a creare e i salari minimi dei lavoratori, limitando la domanda interna di beni e servizi.

L’economia  reale americana era fortemente cresciuta fintanto che  le aziende avevano investito all’impazzata in preda all’euforia nei settori più innovativi, ma ovviamente la finanza come ben si sa si discosta molto dalla realtà e quindi i vari avvertimenti sul rischio di speculazioni restano fuori dall’uscio.

Quindi si continua l’impazzata euforica fino a che il giovedì del 24 ottobre 1929 si ebbe il crack della Borsa di Wall Street.

Dal 1929 in poi iniziò una lunga crisi. L’attuale Presidente americano Franklin Delano Roosvelt lanciò la nota politica economica denominata “New Deal ” la quale si basava tu tre capisaldi:

1) sostegno pubblico a poveri e disoccupati;

2) rilancio generale dell’economia americana;

3) rimodulazione e controllo più stretto della finanza.

Nel contesto della Grande Depressione come venne definita si inserisce la figura di John Maynard Keynes, famoso economista britannico.

Keynes si trovò davanti alcuni  problemi sui quali si sviluppò il suo pensiero e che ancora oggi divide gli economisti in Keynesiani e monetaristi.

Tornando sulla figura di Keynes le circostanze negative su cui riflettere erano le seguenti:

a) il problema dell’instabilità valutaria che il governo inglese dell’epoca che tentava di ristabilire la stabilità aurea della sterlina prebellica;

b) il problema della disoccupazione di massa tra Usa ed Europa;

Keynes ruppe i sostegni dell’economia neoclassica che giravano come idee:

1a) LEGGE DI SAY: i consumi  sono vincolati dalla produzione. Quindi è l’offerta che crea la propria domanda sul mercato.

Keynes ruppe questo dogma riformulando il pensiero affermando che non è l’offerta che genera una propria domanda, ma sono le decisioni di spesa degli operatori economici (es. imprese, famiglie…) che generano un certo livello di domanda che vincola  la produzione. .Quindi si produce nella misura della domanda e in misura del riassorbimento della disoccupazione. La domanda è cosa dipende dalla domanda di merci?:  La riposta è contenuta in due componenti principali: C= domanda di beni di consumo finali; I= domanda di beni intermedi o di investimento (es. macchinari per produrre)

D= C+I; ( PER ORA NON SI TIENE CONTO DELL’INTERVENTO STATALE)

C, quindi i consumi è una componente abbastanza stabile del reddito perchè se ad esempio io guadagno 100  consumo 80-85 che sarebbero o 80% o 85%. Sono la componente principale i consumi e derivati dal livello di reddito.

La reale componente principale sono gli investimenti, perchè la domanda di essi è indipendente dal reddito. La decisione di investimenti dipende da due fattori:

– TASSI DI INTERESSE a cui prendere a prestito i beni capitali che realmente servono; anche se avessimo i soldi il tasso di interesse bancario diventa COSTO-OPPORTUNITA’ perchè potremmo decidere di prestare soldi ad un determinato interesse. Il tasso di interesse diventa una misura del costo da sostenere.

Il problema degli interessi è la loro instabilità causata dal mutamento degli animi e dai timori degli investitori.

Quindi se gli investimenti cadono crollando anche consumi,domanda ed occupazione.

Gli investimenti però arrivano ad un certo punto in cui “si stabilizza la caduta”. A questo livello non riesce ad arrivare all’assorbimento dell’intera occupazione.

Y= livelli di produzione dunque di reddito che si adeguano alla domanda;

Y= C+I ———————-> c= i consumi che sono le componenti del reddito, quindi una percentuale di reddito destinata a consumi;  c* Y+I /I—————–> Y= 1/1-c *I . Abbiamo ottenuto il famoso moltiplicatore  di keynes.

Il moltiplicatore indica  tutte le componenti della spesa autonoma del reddito.

Le ricette keynesiane propongono l’intervento dello Stato investendo quando vi è carenza di domanda privata.

Il moltiplicatore della spesa pubblica è algebricamente più alto rispetto a quello delle imposte, questo significa espansione di spesa pubblica e diminuzione di pressione fiscale quindi si avranno degli effetti espansivi sull’economia.

Il valore del moltiplicatore è intorno a 1,5 punti (derivato da calcoli empirici) quindi per ogni euro speso per la spesa pubblica si generano 1,5 punti di PIL.

Mentre il valore del moltiplicatore delle tasse si aggira intorno a 0,5- 0,7 punti e quindi questo vuol dire che ogni euro speso in tasse è 0,5-0,7 punti SUL PIL.

2b) Keynes rifletteva anche sulla teoria della moneta basata sull’equazione del monetarista Fisher sugli scambi:

M x V= P x T dove, M= offerta della moneta; V= velocità della moneta( numero medio di volte che ogni moneta viene speso); T= quantità di merci e servizi prodotti in un periodo di tempo in questione;

3c) la DISOCCUPAZIONE E’ UN FENOMENO VOLONTARIO (corollario) : deriva da una riflessione fatta dalle banche centrali ancora oggi tenendo conto di modelli economici di lunga durata;

Altre riflessioni keynesiane riguardano ancora gli investimenti che sono autonomi e non vincolati dai risparmi, quindi più si investe, più si crea reddito e più ci sarà risparmio.

I risparmi vengono generati dalle decisioni di investimento e quindi dal reddito (pil).

Nell’economia neoclassica il TASSO DI INTERESSE ERA un punto di incontro tra offerte di fondi e domanda di fondi, quindi una variabile di equilibrio.

Con Keynes il tasso di interesse è il prezzo che gli operatori di mercato chiedono per liberarsi della moneta.

Si ha inoltre il fattore speculativo basato sul PRINCIPIO DELLA DOMANDA EFFETTIVA: il livello di produzione di una nazione, il suo PIL e l’occupazione sono determinati dalla domanda.

Invece in un  sistema di economia aperta si ha che:

DOMANDA AGGREGATA= ( CONSUMI+ INVESTIMENTI+ SPESA PUBBLICA (O GOVERNATIVA)+ ESPORTAZIONI) – IMPORTAZIONI;

Queste descritte sono le linne generali del pensiero keynesiano che servirebbe molto per far riprendere l’economia dei Paesi di Eurolandia cercando di recuperare sovranità nazionale e monetaria per poter attuare politiche fiscali, monetarie ed economiche mirate ad uscire da questo tunnel.

written by Daniele Scandelli

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